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CJADREIS

Regia: ALESSANDRA BELTRAME

italia, 2012

Durata: 16 min.

 

Trailer

 

Sinossi

“CJADREIS” (SEDIE) di ALESSANDRA BELTRAME Un pilota si prepara per volare. Gli ultimi momenti prima del decollo. Poi il piccolo biposto si mette in moto e accelera sulla pista, un semplice prato erboso. Il brivido, l’emozione di staccare le ruote dal suolo. La libertà. La terra che si vede sempre più piccola. Appare un capolavoro di colline, vigneti, antichi borghi. Il pilota si gode il panorama. Nel quadro bucolico, spunta un paesaggio geometrico e grigio di capannoni. È bruscamente il ritorno alla realtà: “In questo momento, dice il pilota, ho più paura della crisi che del volo”. (dove) Solo un accenno ai tempi che viviamo, mentre l’occhio riscende a terra e corre su un’infilata di segherie, fabbriche, piccole industrie. Un incrocio, uno svincolo e, in mezzo, una sedia gigantesca, una cjadree, come si dice qui perché ci troviamo in Friuli e il friulano è più parlato dell’italiano. La sedia più grande del mondo sta al centro di una rotatoria, all’ingresso di un paese: Manzano, capitale del Distretto industriale della Sedia, l’Italian Chair District. (cosa) «Qui si fanno sedie da almeno 150 anni», dice la storica del design Anna Lombardi. All’immagine della “sediona” si sostituiscono una pila di sedie in produzione, i tavolini all’aperto di un caffè, le stesse sedie ritratte in una rivista di arredamento, un robot che cesella il legno, altre macchine “infernali” che collaudano alcune poltrone, i modellini di sedie in una vetrina, quasi appartenessero a una casa di bambole. (quando: passato e presente) Ecco in una foto d’epoca la sedia Thonet, che sembra danzare nelle mani di un ragazzo accanto alle “paesane”, più tozze, impagliate dalle donne a domicilio. Nino Ciccone, il direttore dell’Ipsia di San Giovanni al Natisone, l’istituto professionale che insegna i mestieri del legno lo ricorda quasi con nostalgia: da anni i ragazzi del luogo qui non si iscrivono più, l’ultimo è stato l’anno scorso. Non vogliono più fare il lavoro dei loro padri. Nel 2001 nel Distretto c’erano oltre mille aziende. Ora sono meno di 700. L’emorragia è esponenziale: in quattro anni si sono persi 3 mila posti in un territorio di 16 mila abitanti. Le 50 aziende top negli ultimi 10 anni hanno perso il 49,9% dei ricavi. Il 90% per cento delle aziende ha fatto ricorso alla cassa integrazione. La storia del Triangolo della Sedia – perché così si chiama, essendo racchiusa entro tre soli paesi: Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo – è quella di decine di distretti industriali italiani: successo strepitoso e poi crollo. Ma anche, si spera, rinascita. (chi) Quattro imprenditori raccontano cosa vuol dire fare cjadreis oggi. Sedie in legno, magari con “l’impagliatura fatta a mano in vera paglia di palude dei fossi”, dice Luigi Billiani, figlio e nipote di seggiolai. Suo nonno “Luigi, classe 1888, friulano doc”, comincia a fare sedie nel 1911 in questa terra verde e fertile, di cantine vinicole e abbazie, fiumi che danno la forza motrice ed energie creative. “Mio padre mi insegnava che il primo guadagno lo si fa sull’acquisto del legname”, racconta Antonino Potocco, la cui azienda è stata fra le 17 fondatrici del Salone del Mobile di Milano. “Vendiamo in tutto il mondo”, aggiunge, “vogliamo lasciare l’impronta del made in Italy. Un prodotto industriale ma dal sapore artigianale”. “Questa è la forza del Triangolo” dice Gianni Urbanicig mostrando gli operai al lavoro: mani esperte che nessuna macchina può sostituire. E il “pilota” Luigino Cozzi, quello che prima abbiamo visto volare spensierato, mostra orgoglioso il reparto verniciatura “il più innovativo del distretto e forse del mondo” dove escono “3.600 pezzi all’ora”. (come) “L’anima del Distretto è sempre stata democratica: sedie leggere, pieghevoli, funzionali. Un design per tutti” sentenzia Anna Lombardi. Ecco il “segantino”, che sa come leggere le venature del legno e lo taglia in modo da sfruttarlo al massimo. Ecco le macchine che modellano i pezzi con precisione chirurgica. E poi gesti precisi, studiati, ripetuti all’infinito ma con la stessa passione, precisione, eleganza. Fino ai collaudi, con macchinari e robot che sembrano strumenti di tortura: è il Catas, creato qui e diventato un modello per l’Italia intera e il mondo. Dove Angelo Speranza fa l’elogio del legno, “il materiale ecologico per eccellenza” ma nota come “ormai si fanno molte più sedie in plastica e metallo, è più facile e costa meno”. Cattivi presagi. Silos arrugginiti, capannoni vuori, cartelli “vendesi”, strade deserte dove passa un solitario ciclista: la crisi morde. Ma, certo, la sedia “resterà sempre un articolo interessante” dice la storica del design, “perché il popolo occidentale non si siede per terra: si siede sulla sedia”. Luci e ombre. Riflessi sul prato, dove atterra la sagoma lucente del piccolo aereo. Il motore si spegne. Il pilota si toglie le cuffie: “Mi pare che abbiamo fatto un bel giro”. Sembra girare anche la sedia gigante, che saluta chi arriva e lascia Manzano, sotto un cielo blu cobalto.

 

 

 

 

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